martedì 4 ottobre 2016

Il diritto a portare

 Alle porte della  international  babywearing week ospito sul mio blog una riflessione proprio sul "portare " di Rachele Sagramoso Ostetrica libera professionista di Viareggio.
Buon portare a tutti !!!!

Il diritto a portare.
Non vorrei sembrare retorica, ma io tutta questa gran moda che c'è ora sul portare i bambini, non la capisco. Cioè, non è che non capisco il motivo per il quale tante mamme si confrontano in  gruppi o blog sull'argomento 'portare', non capisco cosa ci sia di tanto "polveroso" che c'è bisogno letteralmente di non fare altro ogni ora del giorno e della notte.
Le conversazioni che ho letto in questi gruppi sono per lo più fatte da donne che si scambiano informazioni sulle fasce (sì badi bene all'oggetto: non ho scritto 'su bambini in fascia', ma fasce) e su come annodarle. In realtà la cosa non è di poco conto, poiché la portata economica di questo giro d'affari è enorme: c'è chi si vende la propria per acquistarne altre, chi prende pezzi di fasce per crearne modelli personalizzati, chi si attrezza a organizzare corsi sul come usare le fasce (e si faccia attenzione: non ho scritto 'corsi sul portare') e chi arricchisce la propria personalità mammesca di caratteristiche positive solo ed esclusivamente perché non ha mai usato un passeggino... Sì, la bravura di una madre moderna sta nel sapere che nodi fare con una fascia, nel sapere che tramatura di stoffa una fascia deve possedere, come scegliere colori di moda che facciano risaltare la propria abbronzatura, nel conoscere con quale lunghezza di fascia si possono fare determinate legature (quindi questo significa che per ogni legatura si necessita di una fascia idonea) e, ovviamente, nell'infamare la 'collega' mamma che magari ne possiede una, magari monocromatica, e la usa a volte solo quando il suo bambino ne ha bisogno.
Ah già, ma i bambini in tutto questo? Non ci si affanni a dire che tutto questo trambusto è per loro, grazie. Se tutto il business delle fasce avesse dietro un che di fondamentale per i bambini, vorrebbe dire che nei gruppi e nei blog si parlerebbe di salute della colonna vertebrale, dei presupposti per i quali portare, di come farlo nel modo più economico e semplice (non mi pare ci siano gruppi fb chiamati 'Portatrici dell tribù Umbatu' semplicemente perché la cultura del passaggio diretto dinformazioni non fa più parte del mondo occidentale moderno, purtroppo), di quali legature effettuare con più facilità al supermercato e, soprattutto, non girerebbero una quantità di soldi mostruosa (povera Guardia di Finanza, per sanare i dello Stato deve procurarsi un alias da mamma) tra scambio di fasce e corsi di più o meno improvvisate consulenti.
Quello che salta all'occhio è che in tutta questa situazione, il soggetto portato appare spesso un oggetto di soddisfazione materna. Egualmente per come accade in altri ambiti, la salute del bambino viene parzialmente presa in considerazione: con la faccenda del portare, dove possiede più mammitudine chi porta in fascia rispetto a chi usa il passeggino (le mezze misure paiono non essere prese in considerazione,  quando un concetto assume proporzioni che toccano la fissazione), il rischio è quello che il soggetto portato riceva attenzione solo per il fatto che viene  portato e non per il fatto che portarlo è una piccola parte, un piccolo step, potremo dire, di tutto quel dialogo che fa parte del percorso educativo.
Ah l'educazione, quella danza a due (no, non sono mamma e figlio, ma madre e padre) che deve necessariamente percepirsi come creatrice di una famiglia, per poi poter fornire i figli di tutto quel bagaglio educativo che porta costoro a divenire soggetti educatori a loro volta. A volte il peso del domandarsi i presupposti di quello che c'è dietro, è complicato da fare. Se fosse semplice e sottinteso, non sarei costretta a vedere madri che seguono corsi sul portare solo per il gusto di imparare una cosa nuova senza domandarsi prima: perché lo faccio? Il mio bambino ne ha bisogno? Qual è  il modo più rispettoso per farlo, nei suoi confronti?
Se la qualità della vita con un figlio a cui piace essere portato sulla schiena, ad esempio, migliora, perché non domandarsi: quando non avrà più voglia di essere portato, come continueremo il nostro dialogo fatto di contatto? Quando lui non vorrà più essere portato -magari solo saltuariamente o magari mai più- sarò pronta a rispettarne le esigenze?
Il nocciolo della questione  pare proprio essere la propria soddisfazione, in tutto questo discorso: sì,  poiché in quasi 10 anni che osservo la maternità, i timori che sento in me maggiormente riguardano il fatto di come siano futili alcune argomentazioni sulle quali si accapigliano le madri e quanti ben più pesanti discorsi bisognerebbe affrontare. Quando leggo quali siano le emergenze coi propri figli, il problema educativo non compare neppure di sfondo. Dalla fondamentale modalità con la quale festeggiare un bambino di due anni (feste la cui organizzazione ammonta a più di €200), all'acquisto di oggettistica la più innecessaria (nella quale annovero oramai, mi spiace dirlo, dalla carrozzina alla fascia il cui costo è superiore ai 100€), all'emergenzialità del ricercare nutrimento solo necessariamentebiologico-assolutamentesano (senza togliere nulla a chi desidera davvero nutrire bene la propria famiglia)... Ogni parte della vita del bambino deve per forza soddisfare la madre: pare sia lei quella a cui manca qualcosa per sentirsi in grado di essere un adulto educatore, e questo modo di approcciarsi alla vita del figlio, è alla radice che andrebbe sanata.
Il domandarsi chiaramente il motivo per il quale si desidera un figlio; del come lo si vuole nutrire; del come educarlo sia nel rispetto dei suoi bisogni, sia nel rispetto di una società nella quale nostro figlio cresce; di come aiutarlo a maturare una consapevolezza di sé reale (il grande problema dell'uso del 'no' e di come farlo correttamente) e al come trasmettergli delle corrette etica e morale... In realtà io questo non lo vedo molto, intorno a me. Le donne rimangono soddisfatte nell'ascolto delle proprie esigenze apparentemente davvero futili, ma paiono non andare a fondo. I sintomi di questa emergenza educativa stanno in tanti piccoli segnali: il bisogno costante di ricevere indicazioni sul proprio agire (il realizzarsi del disempowerment più forte), dribblando abilmente chi potrebbe aiutare a maturare e crescere come soggetti educatori attivi (ricevendo empowerment), sono quelli più forti. Poi ce ne sono altri, più sottili e pericolosi, tra i quali annovero il fatto di aver bisogno di essere madri quando-come-dove lo si desidera: parimenti al fatto che una coppia possa oramai unirsi e lasciarsi senza lasciare strascichi legali e segni reali del proprio aver condiviso un frammento di vita (nel quale poi sono stati messi al mondo esseri umani che rimarranno traumatizzati,  ma questa è un'altra storia) a seconda del proprio sentire, e dimenticandosi abilmente delle responsabilità sugli altri, le donne sembrano vivere la propria maternità soddisfacendo i loro bisogni e non quelli di chi da loro dipende educativamente. Un segno? Si provino a contare le frequentatrici di corsi per imparare a usare la fascia (ben differenti dai corsi sul portare è sul perché farlo) e le frequentatrici dei corsi sul come leggere le fiabe ai bambini, sullo scoprirsi genitori attivi...
Detto questo e alla luce di tutto questo sproloquio, mi sovviene una domanda: è i padri? Che fine hanno fatto? Che ruolo si sentono addosso? Oltre che pagare fasce alle compagne, cosa fanno?

Rachele Sagramoso Ostetrica